Via Sant'Orsola.



Via Sant'Orsola - Molfetta.
Anticamente questa strada ha avuto vari nomi; originariamente si chiamava via dè Greci, poi via dei cavalieri, poi via San Vito, poi via San Lorenzo e via Sant'Orsola. Era considerata una strada principale (maiora) e ricca di luoghi di culto. Fu poi chiamata via San Vito, dall'omonima cappella di San Vito (civico 16) del 1490 circa. Successivamente venne poi chiamata con l'attuale via Sant'Orsola. Ricordiamo su questa strada anche il palazzo L. Passari, 1633, e al numero 14 di questa via il portale con scolpite 2 lepri di ottima fattura e la scala in pietra (civici 16 e 18) costruita dal nobile Lepore Pirro nel portico della chiesa di San Vito. In passato era presente anche la cappella dedicata a San Lorenzo e Sant'Orsola fatta realizzare in via dei Cavalieri, nel 1546 per volere del nobile e dottore in medicina Giacomo Azzarita, residente nel palazzo adiacente. In origine questa via era abitata sopratutto dai Greci, ed era ricca di chiese ormai distrutte: chiesa di San Lorenzo, chiesa di San Vito e chiesa di Sant'Orsola. Al civico 32/34 era presente anche una piccola bottega/fonderia. Al civico 7 si erge palazzo Lattanzio-Passari (dove nacque l'arciprete Giuseppe Maria Giovene). Al civico 13 palazzo Galante-Gadaleta, adiacente al Torrione Passari. Al civico 53 si erge Casa Monda.

Durante il sacco di Molfetta del 18 Luglio 1529, si racconta di una donna, chiamata Rosa Picca (residente in via Sant'Orsola) che, per preservare il proprio onore dalle voglie di un capitano francese preferì la morte lanciandosi nel vuoto, da un tetto di uno stabile della città vecchia. Durante il sacco di Molfetta, la città fu messa a ferro e fuoco dal principe Caracciolo ed i suoi soldati al comando del barone di Macchia e i soldati comandati da Federico Carafa. Nonostante la valorosa resistenza di Ferdinando di Capua e dei suoi fedelissimi, la città fu invasa dai francesi. Il comandante Ettore Carafa e il barone di Macchia furono comunque uccisi dai popolani con alcuni sassi lanciati dai tetti degli stabili. Queste morti provocarono le ire degli occupanti che per tre giorni misero a ferro e fuoco la città, dal 18 al 20 Luglio 1529, provocando ingenti danni e circa 1000 morti tra i popolani. Molto probabilmente (secondo la tradizione), la residenza di Rosa Picca era in via Scibinico 55 a Molfetta. Sempre in via Scibinico, la tradizione vuole che Rosa Picca morì. Tra coloro che persero la vita in questa lotta vi fu anche il padre di Rosa Picca.

A quei tempi ( 1500 circa ) la città di Molfetta contava circa 5000 abitanti e la vita di tutti i giorni era caratterizzata da molta semplicità e povertà all'interno delle mura realizzate a protezione del paese. L'affermarsi dei poteri signorili portò a una netta distinzione fra chi esercitava il potere e chi lo subiva. Al concetto di nobiltà è connesso il concetto di cavalleria. I cavalieri, di origini sociali diverse, erano specialisti della guerra che aiutavano i signori nell'esercizio del loro dominio. Il suono delle campane segna l’inizio della giornata, per tutti gli abitanti, con la prima alle sei di mattina. Le strade cittadine iniziano ad animarsi, animali domestici scorrazzano indisturbati, gli artigiani e i mercanti espongono la loro mercanzia, gran parte dei lavori si svolgono all’aperto, le botteghe comunicano con la strada e così le case. Molte mercanzie erano vendute all'aperto e sempre all’aperto si ascoltavano le parole dei predicatori. Avventurarsi per una strada esterna alle grandi mura di cinta significava, sopratutto durante le ore serali, mettere a rischio la propria vita. Il mondo del lavoro non era così competitivo come quello di oggi, e la solidarietà tra lavoratori o membri di uno stesso quartiere era molto sentita e quando si era in difficoltà ci si aiutava molto.
(Cliccare sulle immagini per ingrandirle).
Molfetta nel passato.

(Ringraziamo Gegè Gad Luigi Gadaleta, album foto).

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