Via Vittorio Emanuele II - via Sergio Pansini.

(Foto: Gegè L. Gadaleta album).

Il territorio molfettese risulta abitato sin dalla Preistoria. A questa fase risalgono, infatti, gli insediamenti più antichi, necropoli e tracce di capanne, rinvenuti nell'area circostante alla città (fondo Azzollini e viciniori) e presso il sito archeologico-naturalistico del Pulo, dolina carsica "di crollo" a circa un chilometro e mezzo dal centro urbano.

L'origine della città vera e propria risale presumibilmente all'era romana. Alcuni ritrovamenti fanno pensare all'esistenza di un villaggio di pescatori già intorno al IV secolo a.C. Questa ipotesi sembra essere plausibile, dato che, per la sua posizione, il villaggio offriva un ottimo approdo per il commercio di Rubo (Ruvo di Puglia). La prima indicazione dell'esistenza di un villaggio tra Turenum (Trani) e Natiolum (Giovinazzo) è piuttosto tarda e si ritrova nellItinerarium Provinciarum Antonini Augusti, iniziato nel 217 d.C.. Questo luogo era denominato Respa, probabilmente un'erronea trascrizione del toponimo Melpha.

Il primo documento ufficiale che attesta l'esistenza di Molfetta risale al 925. Questo atto riferisce di una "civitas" denominata Melfi. L'iniziale borgo era situato su una penisola chiamata Sant'Andrea. L'antico villaggio si sviluppò ulteriormente sotto l'alterno dominio dei Bizantini e dei Longobardi. Nel 988 i saraceni distrussero alcuni casali situati nell'entroterra molfettese. Passata sotto il dominio dei Normanni, la città fu occupata, forse nel 1057, da Pietro, figlio di Amico (I) Conte di Trani, avversario di Roberto d'Altavilla detto “il Guiscardo”. Fu lo stesso Guiscardo a cacciare Pietro e occupare Molfetta fra il 1057 e il 1058. Nel 1066 Conte di Molfetta era Gozzulino (de la Blace o de Harenc), suocero di Amico (II). Nel periodo 1073-93 Amico (II) fu signore di Molfetta, anche se ancora per diverso tempo (sino al 1100) la città restò sotto l'influenza bizantina. Nell'ottobre del 1100 Goffredo, figlio di Amico (II), era dominus (= signore) di Molfetta.
Tra la fine del 1133 e la primavera del 1134, Molfetta fu concessa da re Ruggero II a Roberto (I) di Basunvilla, suo cognato. Alla morte di quest'ultimo, avvenuta prima del 1142, Roberto (II) di Basunvilla, figlio di Roberto (I) e di Giuditta, sorella di Ruggero II, divenne il nuovo signore di Molfetta. A Roberto (II), morto il 15 settembre del 1182, subentrò (sino al 1187) sua sorella Adelasia. Successivamente, Molfetta, appartenente alla contea di Conversano, entrò a far parte del demanio fino al 1190, anno in cui la stessa (contea) fu concessa a Ugo Lupino. Dopo la sua morte, avvenuta intorno al 1197-98, non lasciando eredi diretti, l'imperatrice Costanza, durante la sua reggenza del regno (dal 29 settembre 1197 al 28 novembre 1198, giorno della sua morte), infeudò Molfetta nel regio demanio. La scomparsa dell'imperatrice e la minore età di Federico II crearono una situazione che, artatamente, ricondusse Molfetta nella contea di Conversano, allora amministrata (dal 1207) “ad interim” da Ruggero de Piscina, nipote del defunto Berardo (I) di Celano già Conte di Conversano. Solo dopo il dicembre del 1220 Federico II si riprese Molfetta, già dichiarata città regia o demaniale da sua madre Costanza.

Nel periodo 1348-52 la città appartenne a Giovanni Pipino, nobile barlettano, conte di Minervino e palatino di Altamura. Nel 1353 Luigi di Taranto concesse Molfetta a suo fratello Roberto d'Angiò, principe di Taranto. Con la scomparsa di Luigi di Taranto e di Roberto d'Angiò, grazie a una bolla di papa Urbano V, in data 25 aprile 1365, Molfetta ritornò città demaniale. Nel 1383, Carlo III di Durazzo, divenuto re di Napoli dopo la morte di Giovanna I, donò la signoria di Molfetta a Giacomo del Balzo, principe di Taranto. L'anno successivo, Giacomo morì e non avendo ricevuto figli, il Principato di Taranto passò a suo nipote Raimondo del Balzo Orsini. In questo periodo la Puglia era teatro di lotta tra i due rami della famiglia angioina, il durazzesco (Carlo III di Durazzo) e il provenzale (Luigi I d'Angiò). Molti signori locali approfittarono di questa situazione. Uno di questi fu il principe di Taranto Raimundus de Baucio de Ursinis dictus dominus Raimundus. Raimondo parteggiò prima per Carlo III di Durazzo, ma poi passò sotto la bandiera di Luigi I d'Angiò. Alla morte di Luigi I d'Angiò (15 settembre 1384), Carlo III rimase il legittimo re di Napoli, ma anch'egli, all'inizio del 1386, mori assassinato. La lotta per la successione al trono che ne seguì indusse Raimondo ad approfittare di questa ennesima confusione, tanto che egli, o nel medesimo anno (1386) o nel successivo 1387, poté fregiarsi del titolo di "Signore" di Molfetta.

Il 24 aprile del 1399, re Ladislao concesse alla città l'istituzione di una fiera franca da tenersi dall'8 al 15 settembre di ogni anno. L'8 settembre dello stesso anno (1399) il Signore di Molfetta (Raimondo) e il Vescovo di Molfetta (Simon Alopa) presenziarono, forse, alla prima fiera cittadina (avvenimento non documentato, ma che trova conferma, pur in maniera indiretta, grazie alla presenza degli stemmi delle due eminenti personalità, affissi su una parete dell'atrio della Basilica della Madonna dei Martiri). Il 17 gennaio 1406 Raimondo del Balzo Orsini morì. Un anno dopo, il 23 aprile del 1407, re Ladislao si unì in matrimonio con Maria d'Enghien, vedova del predetto Raimondo, e incamerò tutti i beni del principato di Taranto.

Per diploma del 4 maggio 1416, nel quale fu riassunto il privilegio concesso dall'imperatrice Costanza e da suo figlio Federico II, la regina Giovanna II confermò Molfetta città demaniale.

Molfetta dall'XI secolo è sede vescovile. Ebbe commerci con altri mercati del Mediterraneo, tra cui Venezia, Alessandria d'Egitto, Costantinopoli, Amalfi e Ragusa (Croazia). Nel secolo XII, durante le Crociate, il passaggio dei pellegrini diretti verso la Terra Santa diedero alla città una certa rinomanza. Uno di questi pellegrini, Corrado di Baviera, divenne poi il patrono della città.

Con il passaggio del potere della città dai Durazzo agli Aragonesi, la situazione precipitò, in conseguenza dei difficili rapporti e dei contrasti tra francesi, spagnoli e italiani. Questa situazione portò a guerre e devastazioni in tutto il sud Italia, tra cui il "sacco di Molfetta" da parte dei francesi tra il 18 e il 19 luglio 1529. Questo episodio marcò notevolmente la città, ostacolandone la rinascita per lungo tempo.

Intanto, il 15 aprile del 1522, nella città di Bruxelles, l’imperatore Carlo V aveva ratificato la vendita delle città di Molfetta e Giovinazzo concordata per il prezzo di 50.000 ducati d’oro (per diploma del 5 aprile 1522) in favore di Ferdinando de Capua [d’Altavilla]. Il 3 ottobre del medesimo anno (1522), Carlo V aveva eretto in Principato la città di Molfetta e concesso a Ferdinando de Capua il titolo di Principe. Il 29 novembre 1523 Ferdinando de Capua era morto a Milano. Per testamento del 20 novembre Ferdinando aveva disposto erede universale sua figlia Isabella.

Dopo il Sacco di Molfetta, il 31 ottobre del 1530, Carlo V concesse l’assenso regio per il matrimonio da contrarsi tra Ferrante I de Gonzaga (Mantova, n. 28 gennaio 1507 - Bruxelles, m. 15 novembre 1557) e Isabella de Capua. Nel maggio del 1531 i due erano già uniti in matrimonio. Ferrante I ebbe quattordici figli, di questi undici nacquero dalla moglie Isabella de Capua, i restanti due nacquero da relazioni extra matrimoniali.

Alla morte di Ferrante I, il principato di Molfetta (come pure la signoria di Guastalla) passò a suo figlio Cesare I (Palermo, n. 6 settembre 1536 - Guastalla, m. 17 febbraio 1575) che, nell’aprile del 1560, si unì in matrimonio con Camilla Borromeo (m. 6 settembre 1582), sorella del Cardinale Carlo Borromeo e del Conte Federico Borromeo. Cesare I ebbe quattro figli: due (Carlo e Ippolita) nati, forse, da relazioni antecedenti al matrimonio e due da Camilla, Margherita (Roma, n. 1562 - Guastalla, m. 14 giugno 1628) e Ferrante II (Mantova, n. 27 luglio 1563 - Reggiolo, m. 5 agosto 1630), che nel 1575 successe al padre nella contea di Guastalla sotto la tutela della madre.

Ferrante II nel 1587 sposò Vittoria Doria (n. 1569 - m. 1618 ca.), figlia di Gian Andrea (di Giannettino) Doria e Zenobia di Marc’Antonio Dei Carretto (o del Caretto). Il 10 settembre 1580 il principe di Melfi, Gian Andrea Doria, e Ferrante II sottoscrissero i capitoli per il matrimonio da contrarsi tra esso Ferrante II e Vittoria figlia del citato principe. La dote fu stabilita in 100.000 ducati. Il 22 giugno 1618 Vittoria Doria fece il suo testamento con il quale dispose erede universale tutti i suoi figli. Alla sua morte Ferrante II lasciò dieci figli, sei maschi e quattro femmine, avuti dal matrimonio con Vittoria Doria. Suo successore fu Cesare II (Mantova, n. 1592 - Vienna, m. 26 febbraio 1632). Nel 1612 sposò Isabella di Paolo Giordano Orsini duca di Bracciano, morta nel 1623 all’età di 25 anni. Quest’ultima (Isabella) diede alla luce due figli: Vespasiano (n. 8 settembre 1621 - m. 5 maggio 1687) e Ferrante III (n. 4 aprile 1618 - m. 11 gennaio 1678) che nel 1647 sposò Margherita d’Alfonso d’Este duca di Modena. Per testamento del 3 gennaio 1632 Cesare II istituì erede il primogenito Ferrante III.

Il Principe Ferrante II Gonzaga, pur avendo un vasto patrimonio, ebbe la sventura di soccombere al grave peso d’ingenti debiti. Tra i creditori del medesimo vi fu Vittoria Spinola, moglie di Giovanni Battista di Niccolò Doria e cugina di primo grado dell’anzidetta Vittoria Doria, moglie di Ferrante II. Vittoria Spinola, per atto redatto in Genova il 28 febbraio 1617, aveva prestato a Ferrante II 20.000 scudi d’oro. Ferrante II, inoltre, aveva preso in prestito anche molte decine di migliaia di ducati da suo suocero Gian Andrea Doria, da Agostino di Giacomo Doria (marito di Eliana di Goffredo Spinola) e da Gian Stefano Doria. Nel 1633 tutti i crediti citati erano vantati dal solo Gian Stefano Doria, come cessionario degli altri due. Il 10 novembre del 1633 fu redatto un atto tra il menzionato Gian Stefano e il principe Ferrante III nel quale si fece il conto delle somme, alle quali ascendeva il credito del primo contro del secondo, come erede del principe Ferrante II principale debitore.

Gian Stefano Doria, figlio dei coniugi Nicolò Doria e Aurelia Grimaldi, aveva sposato Ottavia Spinola, sorella di detta Vittoria Spinola moglie di Giovanni Battista Doria, fratello del medesimo Gian Stefano. Alla morte dei due fratelli Doria, Gian Stefano e Giovanni Battista, avvenuta senza lasciare discendenti diretti, le loro ingenti ricchezze furono ereditate dai nipoti ossia i figli delle loro sorelle: Luca Spinola (figlio di Maria di Nicolò Doria, moglie di Gaspare di Goffredo Spinola, nonché nipote di Eliana Spinola moglie di Agostino di Giacomo Doria) ed i fratelli Nicolò e Carlo Salvago (figli di Livia Doria, moglie di Enrico fu Acellino Salvago).

Il 28 giugno 1635 comparve nella Gran Corte della Vicaria il principe Ferrante III, ove presentò istanza di voler ritenere la città di Molfetta, in virtù del credito riveniente da due doti matrimoniali: quella di sua madre, Isabella Orsini, e quella di Vittoria Doria, sua avola (= nonna), del valore di 100.000 ducati ciascuna, per un totale di 200.000 ducati. Somma che apparteneva interamente a Ferrante III, per la sua quota e come cessionario dei suoi zii Carlo, Vincenzo, Andrea, Giovanni e Francesco, figli di Vittoria Doria. Per  decreto del successivo 13 luglio dello stesso anno (1635) il Tribunale della Gran Corte concesse a Ferrante III la facoltà di ritenere la città di Molfetta dopo l'esecuzione di una perizia estimativa della stessa (città). In esecuzione di questo decreto si procedette all'apprezzo della città di Molfetta, operazione eseguita a cura del Tavolario, signor Felice di Riso, il quale, con sua relazione dell’8 agosto 1635, stimò il valore della nostra città pari a 102.971 ducati. Valore definitivo certificato e convalidato per altro decreto del 23 agosto 1635. Il 2 aprile del 1640 per atto rogato da notar Giovanni Francesco Podio di Genova, il nobile Giacinto Biaggio, procuratore di Ferrante (= Ferdinando) III Gonzaga, vendette a Gian Stefano Doria, il quale nello stesso atto nominò suo nipote Luca Spinola, la città di Molfetta per 170.000 ducati, di questa cifra 161.219 ducati costituivano il debito del Gonzaga nei confronti del Doria. Il successivo 4 maggio 1640 Ferrante III Gonzaga ratificò l'atto di compra-vendita poc'anzi citato. In realtà, la vendita della città non trovò piena e immediata esecuzione perché il Regio Consiglio Collaterale in data 11 luglio 1640 sospese a Luca Spinola il possesso della stessa. Questa situazione fu risolta nel biennio 1643-44 ossia dopo l'impetrazione dell'assenso reale e la concessione dell'exequatur al regio assenso. Tuttavia, già in data 18 gennaio del 1641 è certificata la presenza a Molfetta del nobile genovese Francesco Benegassi (o Benigassi) in qualità di Agente, Vicario o Luogotenente Generale del signor Luca Spinola "utile signore e padrone della città".

Sette anni dopo la vendita, esattamente il 20 aprile del 1647, Luca Spinola (n. 1597 ca. - m. 1657) e sua moglie Pellina Spinola (n. 1599 - Genova, m. 29 settembre 1670) si recarono in visita a Molfetta. Assieme a loro giunsero Michele Imperiali, marchese d'Oria, e la consorte Brigida Grimaldi. Il Lunedì dell'Angelo (22 aprile) a Molfetta, in visita di cortesia al Principe di Molfetta, arrivò Bernardino (di Diego) de Chignones (o de Quiñones), duca di San Manco (o Santo Mango, oggi San Mango Cilento), Preside e Governatore dell'Arme nella Provincia di Bari. Quattro anni dopo (1651), Giovanni Filippo Spinola, Duca di San Pietro in Galatina, genero di Luca Spinola, affittò al nobile genovese Francesco Benegassi gli introiti derivati da alcuni diritti che vantava sulla città di Molfetta, a iniziare dal 1º marzo 1652 e fino alla fine di febbraio del 1655, per il prezzo di ducati 4.400 in oro, per ogni singolo anno. Due anni dopo (1653) Giovanni Filippo Spinola rinnovo questo affittò a favore di Carlo fu Cristofaro Spinola, per otto anni e per il prezzo di 7.000 ducati annui.

Con il trattato di Utrecht del 1714, che pose fine alla guerra tra Filippo V e gli stati d'Europa, il Regno di Napoli cessò di essere dominio spagnolo e divenne dominio austriaco. Iniziò così l'occupazione austriaca di Molfetta.

Dopo un avvicendamento di potere tra francesi e austriaci, la località seguì le vicissitudini dell'Italia unita. Nell'ottobre del 1860 infatti si tenne nella Piazza Municipio di Molfetta, il plebiscito per l'annessione del Regno delle due Sicilie al governo di Vittorio Emanuele II, il cui scontato esito decretò l'annessione del regno all'Italia unificata.

Assai grande fu il tributo di vite umane che la città pugliese dové subire durante la prima guerra mondiale offrendo alla patria il sacrificio di 500 concittadini, tra cui quello del maggiore Domenico Picca. Dopo alcuni mesi dall'inizio della guerra, la città subì un cannoneggiamento da parte di una unità della marina austriaca e successivamente subì un attacco aereo, che produsse alcune vittime fra la popolazione civile.
Palazzo Cavalletti sorge a Molfetta, in piazza Vittorio Emanuele II, intitolata al Re alla fine del secolo scorso, in seguito all’ avvenuta Unità d'Italia, e dove tutt’ ora fa mostra di sé il monumento dell’ antico sovrano. Oggi la zona è centrale nell’ insediamento molfettese, mentre alla fine del ‘700, epoca a cui risale il palazzo, costituiva la zona di nuova espansione della città, tanto che nel 1790 venne sistemata la strada nuova che andava dal Pozzo dei Cani al palazzo Cavalletti. Quest'opera si rese necessaria perché nel 1789 erano stati completati i lavori di costruzione della Strada Consolare di Puglia (poi S.S. 16), da Bisceglie a Molfetta. Come risulta da numerosi documenti storici, questa piazza precedentemente era stata denominata, Largo Cavalletti, dal cognome dell'antico proprietario dell'area: il patrizio Don Salvatore Cavalletti, che volle edificarvi l’ omonimo palazzo. Prima della costruzione dell'edificio oggetto di questo studio, la piazza aveva altre due denominazioni. Veniva correntemente chiamata Largo Piscina Nuova. Infatti era parte dell’ omonima porzione del territorio comunale destinato all’ espansione urbana avvenuta fra la metà del ‘700 e la metà dell’ ‘800, una volta saturatosi il vicino quartiere Catacombe (tale dizione deriva dall’ antica credenza che voleva delle catacombe nel luogo dove si trovavano delle grotte carsiche), come già accennato. Oppure veniva chiamata Largo Santa Teresa, dal nome del convento delle Dominicane e della chiesa vicini, all'epoca siti nel rione S. Angelo come numerosi altri complessi ecclesiastici, ed oggi non più esistenti. Il patrizio Don Salvatore Cavalletti, figlio del fu Giovanni Francesco, Cavalletti originario di Roma, decise di edificare il suo palazzo ai margini del proprio appezzamento di terra (sito appunto nei pressi di Largo Piscina Nuova) esteso circa sette vigne. In tempi successivi frazionò ulteriormente tale possedimento, cedendolo in enfiteusi, ad altri che vi edificarono a loro volta, dando al quartiere l’ attuale fisionomia. Ne curò minuziosamente l’ ideazione tra il 1740 ed il 1757 circa, e la realizzazione nel periodo compreso tra maggio 1757 e aprile 1759: la costruzione fu quindi terminata nel volgere di non più di due anni e mezzo, come risulta dalle scadenze imposte nei contratti di appalto delle diverse parti murarie e di completamento da eseguire, la cui commessa fu affidata a imprese diverse.I maestri muratori impegnati nella costruzione furono Berardino Visaggio, Giuseppe di Berardino Visaggio, Domenico Visaggio, Carlo Boccassino, Corrado Cozzoli e Giovanni Menafra di Terlizzi. Nel 1768 il palazzo Cavalletti veniva stimato del valore di 15.000 ducati. L'edificio fu acquistato dal commerciante Stefano fu Corrado De Dato in due porzioni: una parte, del valore di lire 38.000, con asta pubblica in data 10 marzo 1868; una seconda parte, del valore di lire 11.200, acquistato con atto del notaio Giuseppe Gioia del 19 gennaio 1870. Stefano De Dato, era il trisnonno delle attuali proprietarie del palazzo, che donò al figlio Corrado in procinto di sposarsi con una nobile di Terlizzi. La sua famiglia era dedita alla coltivazione delle olive, alla produzione dell’ olio di oliva e alla sua commercializzazione. Appunto i locali al piano terra furono acquistati dalla famiglia De Dato in data precedente rispetto a quella dell' acquisto dei due appartamenti del piano superiore per la necessità di locali di ampiezza adeguata all’ espansione del commercio dell' olio di oliva, che veniva esportato anche in Jugoslavia ed in Francia. Infatti in particolare uno di essi era fornito di ampie cisterne sotterranee idonee allo stoccaggio dell’ olio stesso, come si rileva dall’ atto di acquisizione. Nel frattempo Don Salvatore Cavalletti, il 21 luglio del 1769 iniziava la lottizzazione del giardino retrostante il suo palazzo. Il suolo era compreso tra via Margherita di Savoia, via Madonna degli Angeli, via Annunziata e via S. Pansini. I De Dato acquistarono il trappeto, cioè il frantoio poco distante, a cavallo fra il 1890 e il 1891, dagli eredi Cappelluti che a loro volta ne erano venuti in possesso agli albori del XIX sec., dopo che lo avevano tenuto in affitto per alcuni anni pagandone il canone all'amministratore della sig.ra Angela Cappelluti (la quale l’ aveva ricevuto in eredità dal padre Don Antonio Capelluti), come dimostrano le ricevute degli affitti corrisposti dal 1886 al 1890. L’ architettura lineare ed imponente, richiama nei suoi fregi stilizzati, nelle architravi ornate dalle neoclassiche conchiglie e nelle sue ricercate simmetrie lo stile dei palazzi vanvitelliani con la facciata scandita da una tripla coppia di lesene poste simmetricamente rispetto al portale di ingresso. Questo è sovrastato dall'ampio balcone centrale a feluca (forma che ricorda il tipico cappello a due punte per alta uniforme degli ufficiali di marina, ministri e diplomatici, in voga nel ‘700) che ha la caratteristica di non poggiare sui consueti gattoni aggettanti (presenti, comunque nei due balconi di estremità), ma di scaricare il proprio peso esclusivamente sulla massa dello stesso portale. L’avancorpo del portale, che sporge circa 80 cm rispetto al filo della facciata è ben mascherato dalle volute delle paraste in pietra sormontate, sul davanti da due telamoni appena accennati in bassorilievo ai lati del portone di ingresso. La facciata è completata al piano terreno da due finestre e da due ampie luci di ingresso ai locali posti lateralmente al portone principale e simmetricamente disposte rispetto ad esso. Tali luci nei primi decenni del secolo scorso ancora munite di possenti portoni lignei, sono sormontate da archi policentrici dotati di grate in ghisa riportanti l’ identico motivo (grigliato a losanghe disposte a raggiera intorno al centro con decorazioni floreali) della grata che chiude lo specchio dell’ arco a tutto sesto del portone centrale. Questi due archi ribassati presentano la chiave di volta sagomata in maniera particolare quasi fosse un copricapo nobiliare sormontato al centro da una specie di pomolo tondeggiante e con all’ intradosso una rosetta in bassorilievo raffigurante un fiore a cinque petali piegati a spirale. Oggi una delle due grate laterali non è più nella allocazione originale, essendo stata rimossa alla fine degli anni '60 del secolo scorso per posizionare la saracinesca di chiusura del locale per consentirne un uso commerciale (esso è comunque conservato dalla famiglia proprietaria, nei locali interni a piano terra in previsione di un possibile futuro riuso). Al livello superiore la facciata è caratterizzata dalla successione di cinque porte finestre con persiane alternativamente dotate di balcone a feluca già citato (quella centrale e le due più esterne) e di semplice ringhiera in ghisa interna alle ante della persiana, le due intermedie, sottolineate dalla cornice marcadavanzale in pietra che divide la facciata per la sua intera estensione al livello del parapetto delle ringhiere. Gli architravi e gli stipiti in pietra delle aperture con finestre sono ornati da fregi in bassorilievo finemente ideati, curati nelle fattezze e sapientemente differenziati: più curati quelli delle finestre in corrispondenza dei balconi (e tra queste privilegiata quella del balcone centrale) meno quelle delle portefinestre intermedie senza balcone. Il prospetto termina in un cornicione in pietra calcarea scolpita a rientranze successive, il cui aggetto al coronamento misura non meno di ottanta cm rispetto al filo della stessa facciata (1,20 m alla sommità della muratura, che sostiene il cornicione stesso). Dal portone d' ingresso si accede all'ampio androne che si apre sull' atrio rettangolare (largo 14 m e profondo, attualmente, circa 10 m). Tale spazio in origine era, però perfettamente quadrato, secondo i canoni dell'architettura settecentesca, modificato nella seconda metà del XIX sec., per le nuove esigenze abitative e di distribuzione degli spazi da parte dei nuovi proprietari. L'intera superficie dell' atrio originario (di 14 m x 14 m) è interessata al livello inferiore (sotterraneo) da un'ampia cisterna per la raccolta delle acque piovane, profonda, dalla sommità del boccaglio, oltre 5 metri e costituita da tre ordini di tre campate con volte a crociera insistenti su quattro pilastri centrali e sulla roccia di imposta dei muri perimetrali, il tutto ancora perfettamente intonacato a stagnezza. Da questa cisterna, fino a diversi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, nei periodi di siccità attingevano l’ acqua gli abitanti del quartiere immediatamente adiacente al palazzo, non ancora allacciati all'Acquedotto Pugliese. Tuttavia quasi tutte le botole di accesso alle cisterne sotterranee risultano saldamente murate se non, addirittura, eliminate o ricoperte da pavimentazioni successive, in base alle diverse esigenze legate alle varie destinazioni d’ uso cui sono stati adibiti, nel corso del tempo, i locali al piano terra, in cui esse erano collocate. Lateralmente all'androne d’ingresso invece, si aprivano simmetricamente due archi da cui, secondo il primitivo progetto (di un architetto romano finora non meglio identificato), si doveva accedere ad altrettante rampe di scale oggi non più esistenti anch’ esse simmetriche rispetto allo ingresso. Di una sola di queste è certa l'esistenza, mentre la costruzione dell'altra fu probabilmente soppressa in corso d' opera visto anche che nelle descrizioni delle vendite successive si trova cenno di un unico ingresso (detto sala comune), da cui si accedeva ad entrambi gli appartamenti in cui era frazionato il primo piano. La rampa di scale di cui si ha notizia certa fu demolita nei primissimi anni del secolo scorso, per ricavare, dai locali aventi l' ingresso a destra dell'androne, l'abitazione dello stalliere di Casa De Dato, certo Salvatore Gianfrancesco. Detta scalinata, con accesso sulla destra dello androne del portone di ingresso, (l' unica, del corpo principale dell’ edificio, di cui si parli nei documenti di acquisto dello stesso da parte di Stefano De Dato), conduceva all'unica sala da cui era consentito l'accesso ad entrambi gli appartamenti in cui era diviso il primo piano. Ne è rimasta, come unica traccia, un moncone di gradino nel punto di incastro nella muratura portante. L’ ampio arco policentrico attraverso il quale l’ androne immette nell'atrio è sovrastato, sul lato che si affaccia allo atrio stesso, da un mascherone in pietra rappresentante la corrente simbologia apotropaica di esorcizzazione del malocchio. Tale simbologia con la raffigurazione di una faccia umana più o meno mostruosa e con la lingua da fuori è tipica dei portali di molti edifici coevi, non solo di Molfetta. A questo mascherone si fronteggia un altro (precisamente posto sul lato opposto dell'atrio) di dimensioni un po' più contenute raffigurante apparentemente un soldato, che potrebbe essere lo stesso Don Salvatore Cavalletti sul cui copricapo è scolpita la data 1757 coincidente con l'anno di conclusione dei lavori del corpo principale del Palazzo. Questa figura sovrasta l’ arco di accesso alla rimessa da cui si raggiunge il giardino posto sul retro dell'edificio. L’ arco che, essendo sottolineato lungo l'intero perimetro da quattro pieghe concentriche scolpite a martellina nella pietra, sporgenti in bassorilievo e terminanti in un notevole toro, doveva essere sicuramente di una certa importanza. Infatti costituiva, insieme ad una molto probabile loggia superiore, la facciata principale interna, che faceva da fondale alla scenografia dell’ atrio stesso (in analogia con il Palazzo Ducale di Acquaviva delle Fonti). Successivamente la ristrutturazione ottocentesca che lo ha nascosto sotto la volta a botte dell'arcata centrale delle tre campate che costituiscono l'attuale sfondo dell'atrio, inglobando quella a destra, l'inizio della scalinata che porta ai piani superiori. I sotterranei dei locali attualmente occupati dal Central Bar (posti sulla destra del portale di ingresso principale), durante il periodo in cui più fiorente era, per la famiglia De Dato, il commercio dell' olio extravergine di oliva erano destinati ad essere cisterne per lo stoccaggio dell’ olio. La famiglia esportava persino in Francia nel porto di Marsiglia, ed in ex Jugoslavia nei porti della Dalmazia in particolare Ragusa, cioè Dubrovnik. In quel periodo grandi quantità di olio erano prodotte nell’ annesso frantoio. Il vano scala attuale è stato ricavato, nella seconda metà del XIX sec., nel corso della ristrutturazione parziale del piano superiore, con coinvolgimento dei corrispondenti locali al piano terreno. Questo si è ottenuto attraverso l' aggiunta di un corpo di fabbrica avanzato all' interno dell’ atrio la cui ampiezza si è così ridotta rispetto alla configurazione originaria, divenendo rettangolare anziché quadrato. Tale inserimento, mirabilmente studiato in modo da risultare perfettamente integrato nel complesso architettonico dell'edificio, gli conferisce, grazie all’ impatto scenografico delle tre arcate di cui sopra, grande austerità e leggiadria, allo stesso tempo. L’ ampia e comoda scalinata, intervallata da frequenti pianerottoli, conduce al primo piano, dove si aprono due ingressi. Da qui la rampa si restringe di circa un terzo, essendo tutta costruita su una mezza volta a botte rampante aggettante a mensola dalle pareti portanti del vano scala, per condurre al secondo piano costituito dal terrazzo di copertura e da alcune soffitte coperte con tegumento in tegole marsigliesi, su capriate lignee. Tali soffitte non sono, almeno in parte, quelle originarie settecentesche, infatti risalgono alla ristrutturazione del XIX sec. ed in parte, probabilmente al rifacimento conseguente alla eliminazione della scalinata ai primi del 900. Esistono notizie sulla probabile esistenza di cunicoli segreti, data addirittura per certa da alcuni studiosi della Storia molfettese, ma sono da condurre ricerche più approfondite e con mezzi idonei, in modo tale che si possa operare in condizioni di totale sicurezza soprattutto nelle verifiche dei locali scantinati. Comunque in un proprio scritto, un certo Cozzoli (discendente di quel personaggio indicato come “re Cozzoli” che per aver partecipato alle riunioni segrete della Carboneria fu condannato a morte in contumacia ed ebbe tutti i suoi averi confiscati) si dice certo, in seguito a studi da lui condotti, della esistenza di un cunicolo che dalle segrete di palazzo Cavalletti, conducesse fino all'antico porticciolo di Molfetta alla Cala San Giacomo. Tale cunicolo, se mai ne fosse sicura l' esistenza oggi sarebbe, comunque ostruito dalle strutture fondali di costruzioni successive e dalle macerie di demolizioni antiche o più recenti, che possano aver riguardato il tessuto urbano interessato dal suo percorso. Qualcosa di analogo è accaduto a Molfetta in tempi recenti per i tre cunicoli venuti alla luce durante gli scavi per la costruzione dell’ attuale edificio sede della Banca Cattolica, in via Respa. (From: Wikipedia).
(Ringraziamo Gegè Gad Luigi Gadaleta per aver concesso queste bellissime foto)
(Cliccare sulle immagini per ingrandirle).

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