Pianta topografica della Città di Molfetta.


Pianta Topografica della Città di Molfetta.
Fonte: Regno di Napoli in prospettiva di G.B. Pacichelli edito a Napoli nel 1703. Bari, Biblioteca Provinciale De Gemmis.
Giovan Battista Pacichelli (Roma, 1634 – Roma, 1695) è stato un abate italiano della chiesa cattolica e uno storiografo.
Nato a Roma da genitori pistoiesi, si laureò giovanissimo in teologia prima e in diritto poi. Nominato Protonotario Apostolico, nel 1672 venne destinato da Clemente X ad Auditore per la conferenza di pace di Colonia per far terminar le guerre in Germania. Dopo anni di viaggio, tornò a Roma nel 1677, dove fu ben accolto da Innocenzo XI e fu chiamato dalla Corte di Parma come consigliere del duca Ranuccio II. 
Mandato da questi nel Regno di Napoli, dove rimase per quindici anni. Girando per il regno operò studi di storiografia e di costumi. Tornato a Roma, mori nel 1695.
Questa monumentale opera dell'abate Pacichelli si propone di raccontare la storia politico-militare, religiosa, urbanistica, economica ed artistica di 148 città e degli annessi territori, nelle 12 provincie costituenti quello che fu un tempo il Regno di Napoli. 
 (testo: Wikipedia).
Il primo documento ufficiale che attesta l'esistenza di Molfetta risale al 925. Questo atto riferisce di una "civitas" denominata Melfi. L'iniziale borgo era situato su una penisola chiamata Sant'Andrea. L'antico villaggio si sviluppò ulteriormente sotto l'alterno dominio dei Bizantini e dei Longobardi. Nel 988 i saraceni distrussero alcuni casali situati nell'entroterra molfettese. Passata sotto il dominio dei Normanni, la città fu occupata, forse nel 1057, da Pietro, figlio di Amico Conte di Giovinazzo, avversario di Roberto d'Altavilla detto “il Guiscardo”. Fu lo stesso Guiscardo a cacciare Pietro e occupare Molfetta fra il 1057 e il 1058. Nel 1066 Conte di Molfetta era Gozzulino (de la Blace o de Harenc), suocero di Amico II. Nel periodo 1073-1093 Amico II fu signore di Molfetta, anche se ancora per diverso tempo (sino al 1100) la città restò sotto l'influenza bizantina. Nell'ottobre del 1100 Goffredo, figlio di Amico II, era dominus (signore) di Molfetta.
Tra la fine del 1133 e la primavera del 1134, Molfetta fu concessa da re Ruggero II a Roberto I di Basunvilla, suo cognato. Alla morte di quest'ultimo, avvenuta prima del 1142, Roberto II di Basunvilla, figlio di Roberto I e di Giuditta, sorella di Ruggero II, divenne il nuovo signore di Molfetta. A Roberto II, morto il 15 settembre del 1182, subentrò (sino al 1187) sua sorella Adelasia. Successivamente, Molfetta, appartenente alla contea di Conversano, entrò a far parte del demanio fino al 1190, anno in cui la stessa contea fu concessa a Ugo Lupino. Dopo la sua morte, avvenuta intorno al 1197-1198, non lasciando eredi diretti, l'imperatrice Costanza, durante la sua reggenza del regno (dal 28 settembre 1197 al 27 novembre 1198, giorno della sua morte), infeudò Molfetta nel regio demanio. La scomparsa dell'imperatrice e la minore età di Federico II crearono una situazione che, artatamente, ricondusse Molfetta nella contea di Conversano, allora amministrata (dal 1207) “ad interim” da Ruggero de Piscina, nipote del defunto Berardo I di Celano già Conte di Conversano. Solo dopo il dicembre del 1220 Federico II si riprese Molfetta, già dichiarata città regia o demaniale da sua madre Costanza. Nel periodo 1348-1352 la città appartenne a Giovanni Pipino, nobile barlettano, conte di Minervino e palatino di Altamura. Nel 1353 Luigi di Taranto concesse Molfetta a suo fratello Roberto d'Angiò, principe di Taranto. Con la scomparsa di Luigi di Taranto e di Roberto d'Angiò, grazie a una bolla di papa Urbano V, in data 25 aprile 1365, Molfetta ritornò città demaniale. Nel 1383, Carlo III di Durazzo, divenuto re di Napoli dopo la morte di Giovanna I, donò la signoria di Molfetta a Giacomo del Balzo, principe di Taranto. L'anno successivo, Giacomo morì e non avendo ricevuto figli, il Principato di Taranto passò a suo nipote Raimondo del Balzo Orsini. In questo periodo la Puglia era teatro di lotta tra i due rami della famiglia angioina, il durazzesco (Carlo III di Durazzo) e il provenzale (Luigi I d'Angiò). Molti signori locali approfittarono di questa situazione. Uno di questi fu il principe di Taranto Raimundus de Baucio de Ursinis dictus dominus Raimundus. Raimondo parteggiò prima per Carlo III di Durazzo, ma poi passò sotto la bandiera di Luigi I d'Angiò. Alla morte di Luigi I d'Angiò (15 settembre 1384), Carlo III rimase il legittimo re di Napoli, ma anch'egli, all'inizio del 1386, mori assassinato. La lotta per la successione al trono che ne seguì indusse Raimondo ad approfittare di questa ennesima confusione, tanto che egli, o nel medesimo anno (1386) o nel successivo, poté fregiarsi del titolo di "Signore" di Molfetta.
Il 24 aprile del 1399, re Ladislao concesse alla città l'istituzione di una fiera franca da tenersi dall'8 al 15 settembre di ogni anno. L'8 settembre dello stesso anno il Signore di Molfetta, Raimondo, e il Vescovo di Molfetta, Simon Alopa, presenziarono, forse, alla prima fiera cittadina (avvenimento non documentato, ma che trova conferma, pur in maniera indiretta, grazie alla presenza degli stemmi delle due eminenti personalità, affissi su una parete dell'atrio della Basilica della Madonna dei Martiri).

Il 17 gennaio 1406 Raimondo del Balzo Orsini morì. Un anno dopo, il 23 aprile del 1407, re Ladislao si unì in matrimonio con Maria d'Enghien, vedova del predetto Raimondo, e incamerò tutti i beni del principato di Taranto.

Per diploma del 4 maggio 1416, nel quale fu riassunto il privilegio concesso dall'imperatrice Costanza e da suo figlio Federico II, la regina Giovanna II confermò Molfetta città demaniale.
Molfetta ebbe commerci con altri mercati del Mediterraneo, tra cui Venezia, Alessandria d'Egitto, Costantinopoli, Amalfi e Ragusa (Croazia). Nel XII secolo, durante le Crociate, il passaggio dei pellegrini diretti verso la Terra Santa avevano dato alla città una certa rinomanza. Uno di questi pellegrini, Corrado di Baviera, divenne poi il patrono della città.

Con il passaggio del potere della città dai Durazzo agli Aragonesi, la situazione precipitò, in conseguenza dei difficili rapporti e dei contrasti tra francesi, spagnoli e italiani. Questa situazione portò a guerre e devastazioni in tutto il sud Italia, tra cui il "sacco di Molfetta" da parte dei francesi tra il 18 e il 19 luglio 1529. Questo episodio marcò notevolmente la città, ostacolandone la rinascita per lungo tempo.

Intanto, il 15 aprile del 1522, nella città di Bruxelles, l'imperatore Carlo V aveva ratificato la vendita delle città di Molfetta e Giovinazzo concordata per il prezzo di 50.000 ducati d'oro (per diploma del 5 aprile 1522) in favore di Ferdinando de Capua [d'Altavilla]. Il 3 ottobre del medesimo anno, Carlo V aveva eretto in Principato la città di Molfetta e concesso a Ferdinando de Capua il titolo di Principe.[10] Il 29 novembre 1523 Ferdinando de Capua era morto a Milano. Per testamento del 20 novembre Ferdinando aveva disposto erede universale sua figlia Isabella.
Dopo il Sacco di Molfetta, il 31 ottobre del 1530, Carlo V concesse l'assenso regio per il matrimonio da contrarsi tra Ferrante I Gonzaga e Isabella di Capua. Nel maggio del 1531 i due erano già uniti in matrimonio e da questa unione nacquero undici figli.

Alla morte di Ferrante I, il principato di Molfetta (come pure la signoria di Guastalla) passò a suo figlio Cesare I che, nell'aprile del 1560, si unì in matrimonio con Camilla Borromeo, sorella del cardinale Carlo Borromeo e del Conte Federico Borromeo. Cesare I ebbe quattro figli: due (Carlo e Ippolita) nati, forse, da relazioni antecedenti al matrimonio e due da Camilla, Margherita e Ferrante II, che nel 1575 successe al padre nella contea di Guastalla sotto la tutela della madre.

Ferrante II nel 1587 sposò Vittoria Doria, figlia di Gian Andrea (di Giannettino) Doria e Zenobia di Marc'Antonio Dei Carretto (o del Caretto). Il 10 settembre 1580 il principe di Melfi, Gian Andrea Doria, e Ferrante II sottoscrissero i capitoli per il matrimonio. La dote fu stabilita in 100.000 ducati. Il 22 giugno 1618 Vittoria Doria fece il suo testamento con il quale dispose erede universale tutti i suoi figli. Alla sua morte Ferrante II lasciò dieci figli, sei maschi e quattro femmine, avuti dal matrimonio con Vittoria Doria. Suo successore fu Cesare II. Nel 1612 sposò Isabella, figlia di Paolo Giordano Orsini duca di Bracciano, morta nel 1623 all'età di 25 anni. Quest'ultima diede alla luce due figli: Vespasiano e Ferrante III che nel 1647 sposò Margherita d'Este, figlia di Alfonso III d'Este, duca di Modena. Per testamento del 3 gennaio 1632 Cesare II istituì erede il primogenito Ferrante III.

Il Principe Ferrante II Gonzaga, pur avendo un vasto patrimonio, ebbe la sventura di soccombere al grave peso d'ingenti debiti. Tra i creditori del medesimo vi fu Vittoria Spinola, moglie di Giovanni Battista di Niccolò Doria e cugina di primo grado dell'anzidetta Vittoria Doria, moglie di Ferrante II. Vittoria Spinola, per atto redatto in Genova il 28 febbraio 1617, aveva prestato a Ferrante II 20.000 scudi d'oro. Ferrante II, inoltre, aveva preso in prestito anche molte decine di migliaia di ducati da suo suocero Gian Andrea Doria, da Agostino di Giacomo Doria (marito di Eliana di Goffredo Spinola) e da Gian Stefano Doria. Nel 1633 tutti i crediti citati erano vantati dal solo Gian Stefano Doria, come cessionario degli altri due. Il 10 novembre del 1633 fu redatto un atto tra il menzionato Gian Stefano e il principe Ferrante III nel quale si fece il conto delle somme, alle quali ascendeva il credito del primo contro del secondo, come erede del principe Ferrante II principale debitore.

Gian Stefano Doria, figlio dei coniugi Nicolò Doria e Aurelia Grimaldi, aveva sposato Ottavia Spinola, sorella di detta Vittoria Spinola moglie di Giovanni Battista Doria, fratello del medesimo Gian Stefano. Alla morte dei due fratelli Doria, Gian Stefano e Giovanni Battista, avvenuta senza lasciare discendenti diretti, le loro ingenti ricchezze furono ereditate dai nipoti ossia i figli delle loro sorelle: Luca Spinola (figlio di Maria di Nicolò Doria, moglie di Gaspare di Goffredo Spinola, nonché nipote di Eliana Spinola moglie di Agostino di Giacomo Doria) ed i fratelli Nicolò e Carlo Salvago (figli di Livia Doria, moglie di Enrico fu Acellino Salvago).

Il 28 giugno 1635 comparve nella Gran Corte della Vicaria il principe Ferrante III, ove presentò istanza di voler ritenere la città di Molfetta, in virtù del credito riveniente da due doti matrimoniali: quella di sua madre, Isabella Orsini, e quella di Vittoria Doria, sua avola, del valore di 100.000 ducati ciascuna, per un totale di 200.000 ducati. Somma che apparteneva interamente a Ferrante III, per la sua quota e come cessionario dei suoi zii Carlo, Vincenzo, Andrea, Giovanni e Francesco, figli di Vittoria Doria. Per  decreto del successivo 13 luglio dello stesso anno, il Tribunale della Gran Corte concesse a Ferrante III la facoltà di ritenere la città di Molfetta dopo l'esecuzione di una perizia estimativa della stessa. In esecuzione di questo decreto si procedette all'apprezzo della città di Molfetta, operazione eseguita a cura del Tavolario, signor Felice di Riso, il quale, con sua relazione dell'8 agosto 1635, stimò il valore della città pari a 102.971 ducati. Valore definitivo certificato e convalidato per altro decreto del 23 agosto 1635. Il 2 aprile del 1640 per atto rogato dal notaio Giovanni Francesco Poggio di Genova, il nobile Giacinto Biaggio, procuratore di Ferrante III Gonzaga, vendette a Gian Stefano Doria, il quale nello stesso atto nominò suo nipote Luca Spinola, la città di Molfetta per 170.000 ducati, di questa cifra 161.219 ducati costituivano il debito del Gonzaga nei confronti del Doria. Il successivo 4 maggio 1640 Ferrante III Gonzaga ratificò l'atto di compra-vendita. In realtà, la vendita della città non trovò piena e immediata esecuzione perché il Regio Consiglio Collaterale in data 11 luglio 1640 sospese a Luca Spinola il possesso della stessa. Questa situazione fu risolta nel biennio 1643-1644 ossia dopo l'impetrazione dell'assenso reale e la concessione dell'exequatur al regio assenso. Tuttavia, già in data 18 gennaio del 1641 è certificata la presenza a Molfetta del nobile genovese Francesco Benegassi (o Benigassi) in qualità di Agente, Vicario o Luogotenente Generale del signor Luca Spinola "utile signore e padrone della città".

Sette anni dopo l'acquisto della città, il 20 aprile dell'anno 1647, i coniugi Luca ,figlio di Gaspare Spinola, e Pellina, figlia di Giovanni Battista Spinola, si recarono in visita a Molfetta. Assieme a loro giunsero Michele Imperiale, marchese d'Oria, e la consorte Brigida Grimaldi. Il 22 aprile, in visita di cortesia al Principe, a Molfetta giunse il Preside della Provincia di Terra di Bari, Bernardino de Chignones (o de Quiñones), duca di San Manco (o Santo Mango, oggi San Mango Cilento).

Quattro anni dopo (1651), Giovanni Filippo Spinola, Duca di San Pietro in Galatina, genero di Luca Spinola (il 21 novembre 1650 aveva sposato la figlia Veronica, sua nipote), affittò al nobile genovese Francesco Benegassi gli introiti derivanti da alcuni diritti che vantava sulla città di Molfetta, a iniziare dal 1º marzo 1652 e fino alla fine di febbraio del 1655, per il prezzo di 4.400 ducati d'oro, per ogni singolo anno. Due anni dopo (1653) Giovanni Filippo Spinola rinnovo questo affittò a favore di Josepho Manzoni di Ancona per otto anni e per il prezzo di 7.000 ducati annui. (Wikipedia).

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